Undici Acerbi
Pochi come il difensore nerazzurro sono passati in poche settimane dall'altare alla polvere. Ode ad un difensore e ad un uomo che non ha paura di sbagliare
(post tratto da una puntata del podcast Gol di Mano pubblicata il 21/6/2025)
Passare dall’altare alla polvere sembra una espressione coniata per la vita e la carriera di Francesco Acerbi. Ed invece ha origine da una celebre ode, un componimento di Alessandro Manzoni dedicato alla morte di Napoleone Bonaparte che si intitola 5 maggio. Data appunto della sua dipartita terrena e di altre ricorrenze per lo più funeste.
L’altare, la vetta del successo personale il difensore nerazzurro l’ha toccata lo scorso 7 maggio, quando ad una manciata di secondi dalla fine della semifinale di Champions seguì il suo istinto e si gettò in avanti accompagnando l’ultima azione nei tempi regolamentari della partita contro il Barcellona per segnare uno dei gol più iconici ed emozionanti della storia dell’Inter. La foto della sua esultanza ha campeggiato a lungo in screensaver e wallpaper dei tifosi interisti, fino a circa tre settimane dopo quando, in una decina di giorni, Acerbi e compagni sono finiti nella polvere. Prima non hanno raccolto lo scudetto che il Napoli aveva gettato davanti ai loro piedi e poi sono stati travolti sotto cinque reti dal Parìs in quella finale europea che era diventata un magnifico sogno, una splendida ossessione dopo quella persa ad Istanbul due anni prima, per la quale avevano sacrificato tutti gli altri trofei.
Il gerarca di Vizzolo Predabissi, in provincia di Milano, l’aveva giocata con gli stessi scarpini della semifinale, una concessione alla scaramanzia, al trascendente da parte di un uomo molto concreto, realista, orgoglioso, spietato nel suo agonismo e nella sua feroce concentrazione sul presente. Non è mai stato uno da compromessi, da mezze misure, ha affrontato la professione e la malattia con un solo scopo, vincere, perché la sconfitta non poteva essere contemplata. Affrontare la vita in questo modo, come se fosse una continua guerra con un nemico che si presentava sotto diverse spoglie ogni volta, lo ha portato inevitabilmente a sbagliare o a non essere capito.
Il sorriso esagerato dopo la rete del Milan all’Olimpico contro la Lazio in quello che fu di fatto il match scudetto per i rossoneri, la presunta offesa razzista a Juan Jesus, le provocazioni reciproche con Muller e Martinez, fino alla rinuncia alla convocazione azzurra contro la Norvegia per smascherare l’ipocrisia di Spalletti che prima lo aveva definito fuori dal progetto per l’età avanzata e poi gli aveva chiesto una mano contro Haaland.
La sua reazione spropositata ieri contro il tifoso del Parìs che lo prendeva in giro per la sconfitta in Champions non hanno sorpreso quelli che lo conoscono, nel bene e nel male. E che sanno come vive tutto ciò che gli accade nella vita. Monaco era la sua last dance sportiva, la sublimazione di un percorso con alti e bassi, la rivincita verso chi non aveva creduto in lui. Perdere, perdere così, con una prestazione di squadra e anche personale così insufficiente, lo hanno umiliato, ferito nell’orgoglio.
Ma, in un mondo di menefreghisti e di finti perbenisti, di Acerbi, nella vita quotidiana e nello sport, anche nell’Inter, ce ne vorrebbero undici.
In una precedente puntata del podcast dedicata a lui mi sono già definito come un fan di Acerbi perchè uno degli ultimi esemplari di difensore vecchio stampo. Forte in marcatura, aggressivo, dominante di testa e capace di usare il corpo in ogni modo, anche e soprattutto scorrettamente, per impedire al centravanti di girarsi o tirare verso la porta. Senza l’eleganza o la sensibilità tecnica di un Bastoni, ma cento volte meglio come personalità, concentrazione, agonismo. In guerra ci andrei sempre e comunque con lui, aggiungendo, per rimanere alla rosa nerazzurra, Dumfries e forse Lautaro e il Barella di una volta. Gli altri sono calciatori anche splendidi, di grande qualità, ma leggerini e incapaci di trascinare, di buttare la palla lontana, di fare semplicemente un fallo per spezzare il prolungato possesso palla altrui. Quel che sarebbe servito a Monaco, anche per dimostrare di ribellarsi a quel che stava accadendo in campo, alla loro superiorità.
Al posto di Acerbi anche molti di noi avrebbero insultato Juan Jesus, litigato con Martinez avendo visto che sputava vicino a noi e se la sarebbero legata al dito con Spalletti, facendogliela pagare nel momento in cui fosse stato in difficoltà. E avremmo messo le mani addosso a chi, credendo di essere in un social in cui si può dire e fare tutto spesso senza conseguenze, ci prendeva in giro per qualcuno o qualcosa a cui tenevamo più della nostra stessa vita.
La maggioranza di noi è impulsiva, scorretta, a volte disonesta, commette errori e poi a volte chiede scusa, magari solo perché costretta. La maggioranza di noi, come il difensore nerazzurro, è umana, vera.
E’ molto facile puntare il dito seduti sul divano e davanti a una tastiera, leoni digitali e pecore reali, lasciando ad altri la prima linea. L’Inter e la Nazionale di uomini da prima linea ne hanno pochi, hanno soldatini che si sciolgono alla prima difficoltà, al primo dolore, al primo gol subito. Acerbi resta, sbaglia ma non scappa.
Ne vorrei undici come lui, ma non ce ne sono, non ne fanno quasi più, sicuramente in Italia ma anche altrove. Per risollevare questa squadra dopo Monaco vorrei un Lucio in difesa, un Matthaeus a centrocampo e un Etoo in attacco. Ma, anche potendoseli permettere, ci sono in giro questi leader, questi uomini? Si contano sulle dita di una mano.
Ode ad Acerbi quando era sull’altare il 7 maggio, due giorni dopo Napoleone, ma anche quando in molte occasioni è finito nella polvere. Ci sarà modo di rialzarsi, lo ha già fatto e, se il suo contratto non sarà risolto dal club, lo farà anche con l’Inter.


