Mancini da Juve
L'ex ct azzurro e allenatore nerazzurro sarebbe l'uomo ideale per raccogliere l'eredità di Thiago Motta alla Juve
(post tratto da una puntata del podcast Gol di Mano pubblicata il 14/3/2025 )
Thiago Motta doveva dimettersi dopo la sconfitta interna contro l’Atalanta.
Non per la lezione tattica, tecnica e di personalità subità da Gasperini e dai suoi. Neppure per l’encefalogramma piatto della sua squadra che non ha neppure trovato la classica reazione di nervi. Tanto meno per essere uscito dalla lotta scudetto perché di fatto non c’è mai entrato, con suo sommo sollievo.
Thiago Motta doveva dimettersi perché Stramaccioni ha giudicato la sua esperienza in bianconero come fallimentare. Avrebbe dovuto avere un moto di orgoglio, aprire una breccia nella sua corazza impregnata di orgoglio e presunzione, perché se uno come l’ex allenatore dell’Inter, un miracolato come pochi della panchina, ti dà del fallito significa che il limite è oltrepassato. E non si può più tornare indietro, neppure conquistando il quarto posto vincendole tutte da qui alla fine.
Resta difficile in ogni caso immaginare un suo futuro in bianconero perché le fratture con lo spogliatoio e l’ambiente, tifosi compresi, sembrano troppo profonde per essere sanate. E’ vero che Giuntoli si è giocato molto della sua credibilità spingendo fuori con ogni mezzo Allegri e puntando su di lui, ma lo ha già difeso pubblicamente più volte, non l’ultima, e non ha intenzione di impuntarsi, rischiando di bruciare anche le sue ambizioni.
Ma chi potrebbe raccoglierne l’eredità? Senza farlo rimpiangere, tanti. Se invece si tratta di tornare a vincere, pochi. Perché pochi sono, o dovrebbero essere, i tecnici da Juve, da Milan o da Inter.
Uno di questi è stato contattato informalmente da esponenti vicini alla proprietà e avrebbe tutto quel che serve ora ai bianconeri per evitare di trasformarsi in uno dei club in cui l’importante non è vincere, ma arrivare almeno quarti. Una bestemmia ascoltata troppe volte da proprietà senza conoscenza del passato, dirigenti senza ambizione e giornalisti senza palle.
Il suo nome è Roberto Mancini.
Il Mancini interista è ormai una immagine sfocata nel ricordo degli stessi tifosi nerazzurri.
Figuriamoci per chi lo aveva come avversario soprattutto ai tempi di Calciopoli, dove aveva vestito per un periodo l’abito di censore del malcostume bianconero e difensore dell’onorabilità della società di Moratti. Fino a quando, dopo quel traumatico divorzio successivo allo scudetto conquistato a Parma, capì che non conviene mai schierarsi e anzi è meglio lasciare che, come da costume italico, il tempo mettesse in dubbio le verità storiche.
La vittoria degli Europei lo ha trasformato nel nuovo padre della patria, slegandolo dal calcio dei club e garantendogli una nuova verginità che ora, a 60 anni suonati, vuol giocarsi un’ultima volta, preferibilmente in Italia. Anche perché il fallimento della qualificazione mondiale con la Nazionale e la breve fuga verso l’eldorado saudita gli hanno probabilmente precluso nuove ambizioni, specialmente in Inghilterra.
Mancini alla Juve perché? Innanzitutto perché è libero, fin da subito se la situazione dovesse precipitare. Non serve aspettare la fine del campionato o che qualcuno, ancora sotto contratto, trovi un accordo per rescindere. La tempistica del Mondiale per club è tale da dover accelerare i tempi della scelta, senza intoppi di sorta.
Dopo l’esperimento Motta, non si può ripresentare un tecnico giovane, senza esperienza a questi livelli, specialmente in Champions, se sarà raggiunta. Questo esclude tutti i maestri con il maglioncino a collo alto, dal rampante Farioli al nuovo guru Fàbregas, che tra l’altro hanno anche il palmarès abbastanza scarno.
Semaforo rosso pure per gli intransigenti, gli integralisti della tattica che hanno bisogno, bontà loro, molto tempo per dare una identità alla loro squadra. E fa nulla se spesso si tratta di un alibi preventivo per le possibili sconfitte. De Zerbi è il capofila di questa setta calcistica in cui il diritto di critica è bandito.
No anche per chi non sa gestire o capire i calciatori di alto livello, più esperti e magari con qualche vittoria di prestigio alle spalle. Alla Juve sono stati allontanati e le conseguenze nefaste, in termini di leadership, si sono viste, sul campo e fuori. Due o tre, con chiunque sulla panchina, dovranno essere inseriti e con loro Gasperini avrebbe sicuramente problemi.
Il ritorno di Allegri è stato così travagliato da far alzare un muro nei confronti delle minestre riscaldate, pur se con un ottimo sapore. I nostalgici di Conte possono quindi farsene una ragione e vivere nell’eterno rimpianto del Comandante. Ad uno che sbatte la porta per andarsene inoltre non dovrebbe essere riaperta, non fosse altro che per una questione di orgoglio e dignità. Neppure se è uno che ha vinto e continua a farlo.
Da questa lista di proscrizione si salva appunto Roberto Mancini. Uno che da ragazzo aveva come idolo Roberto Bettega e tifava Juve davvero. Questo dettaglio, in mano a qualche influencer sui social e ai giornalisti adoranti della casa, diventerebbe virale in pochi secondi per farlo accettare anche ai riluttanti per il suo passato da nemico, non solo avversario.
Ci sarebbe qualche rischio, ovviamente.
La bulimia sul mercato andrebbe ricalibrata e rapportata alle possibilità economiche e finanziarie del club. La società comunque troverà il modo di investire, ci è riuscita anche quando questa eventualità era esclusa dagli esperti con la calcolatrice. Inoltre il Mancio è sempre stato un rabdomante del talento e non ha paura a farli giocare e lanciarli, se ne intravede la scintilla.
Servirebbe però qualcuno in società che ne attutisca le asprezze caratteriali e i colpi di testa, tratto distintivo di chi è sempre vissuto sulla linea di confine tra genio e isterismi da preciclo mestruale. In questo senso Giuntoli non basta, ha già fallito come plenipotenziario. Forse Chiellini, forse qualcuno che non sia un presidente commercialista.
A pensarci bene l’unico vero ostacolo è rappresentato dal direttore che si crede Moggi o Marotta semplicemente perché seduto sulla stessa poltrona. L’individualismo, il brutto carattere di entrambi rischia di farli andare ben presto in collisione, creando un cortocircuito di cui a Torino non sentono il bisogno. Per questo la seconda opzione potrebbe essere quello Stefano Pioli che sogna il ritorno in serie A, che ha già vinto, che ha vestito la maglia bianconera ed ha quel buon senso, quella duttilità, anche tattica, necessaria dopo le fissazioni di Motta.
Una scelta più comoda e banale, meno ambiziosa perché chi si tatua sulla pelle uno scudetto alla sua età certifica la propria mediocrità.
Preferirei Mancini, con tutto ciò quello che si porta dietro. Sarei curioso di vederlo entrare a San Siro ricoperto di fischi da una tifoseria senza memoria, pronto a insultarlo perché ogni allenatore dell’unica rivale veramente odiata sportivamente non merita nessun altro trattamento. E la contrapposizione, la rivalità è il sale del tifo, o almeno ciò che resta di un calcio senza identità e bandiere.
Mancini alla Juve, non c’è altra strada. Anche per gli interisti.


