Lukaku contro l'Inter
Il Lukaku di Napoli non è quello della Lula, ma Conte ne ha ricostruito una versione dignitosa, integra e decisiva per la squadra
(post tratto da una puntata del podcast Gol di Mno pubblicata l’1/3/2025 )
Quando Ronaldo il Fenomeno tornò in Italia per vestire la maglia del Milan non provai risentimento e tantomeno invidia.
Impossibile per chi si era letteralmente goduto da tifoso la sua versione migliore, con le sue accelerazioni e i suoi dribbling, per chi aveva vissuto con trepidazione ogni momento della trattativa infinita per strapparlo al Barcellona, per chi aveva pianto con lui per i suoi gravi infortuni e per il 5 maggio.
Il Ronaldo rossonero era un vecchio campione lento e imbolsito, sul viale del tramonto, trasmetteva più compassione che rimpianti. Non lo avrei mai fischiato, neppure quando segnò nel derby e portò le mani alle orecchie per alzare i decibel della rabbia dei suoi ex sostenitori.
Neppure lo avevo biasimato neppure quando volle fortissimamente lasciare l’Inter per il Real con il pretesto di non poter più lavorare con Cuper. Il suo ciclo qui era finito, l’amore consumato e a Madrid avrebbe guadagnato più soldi e vinto più trofei.
Vedere Lukaku come centravanti della squadra che ci contende lo scudetto non può, quindi, suscitarmi particolari emozioni e non solo perché ormai ho una età in cui stupirsi, nel bene e nel male, è piuttosto raro.
La sua parabola in nerazzurro doveva finire con la conquista dello scudetto e la sua ferrea determinazione nel lasciare Milano per tornare al Chelsea. Banalmente fu anche e soprattutto una questione economica perché, nei mesi precedenti, aveva già chiesto un aumento di ingaggio che quella Inter non poteva permettersi.
L’errore fu di assecondare il suo desiderio di tornare perché quando certi amori finiscono, per volontà di una delle due parti, si crea una cicatrice che non si rimargina mai del tutto.
Lukaku è fondamentalmente una persona profondamente egoista, concentrata su se stessa. Prima fece di tutto per lasciare Manchester, poi non ascoltò ragioni per riabbracciare il Chelsea e infine respinse ogni offerta ricevuta dai londinesi per costringerli ad accettare il prestito. Scelse nuovamente l’Inter perché sapeva che sarebbe stato riaccolto come un re, che in A avrebbe avuto pochi rivali a livello fisico, che avrebbe ritrovato la condizione per prepararsi al meglio per i Mondiali autunnali in Qatar.
Il suo piano ideale fu sconvolto dallo strappo muscolare alla terza di andata e dalla successiva ricaduta che compromisero gran parte della sua stagione nerazzurra e soprattutto la rassegna iridata, in cui giocò quasi da fermo, sbagliando l’impossibile. Fece in tempo a riprendersi per gli ultimi mesi, in cui trascinò i compagni con i suoi gol alla rimonta in campionato e fu decisivo in Champions contro Porto e Benfica.
Lo strappo con Inzaghi, almeno secondo la sua versione, si consumò nella settimana precedente la finale di Istanbul in cui era convinto di partire da titolare. Ma il mister scelse la staffetta, correttamente: un tempo abbondante con Dzeko per pressare la costruzione del City e buona parte della ripresa con Lukaku per far saltare il banco. Come andò ce lo ricordiamo ancora tutti: Rodri segnò e Romelu fallì, ancora, l’appuntamento con la storia.
La pantomima estiva, quando si rese irreperibile con Ausilio e i compagni durante la trattativa per il riscatto, rappresentò un comportamento deprecabile umanamente, ma professionalmente legittimo. Credette in Giuntoli che gli promise che avrebbe puntato su di lui se fosse riuscito a cedere Vlahovic, finì alla Rometta di Mourinho ad inseguire l’Europa League.
Conte e Lukaku si ritrovano ad agosto a Napoli perché senza alternative migliori. Se c’è uno che può ancora convincerlo a dare tutto, a rispettare una dieta, a concentrarsi su un obiettivo definitivo, quello è Antonio. Sono la rappresentazione vivente dei due personaggi cinematografici Canà e Aristòteles. Se chiudo gli occhi immagino il primo che gli canta una barra di un rap mentre il secondo è steso a letto che soffre perché non può assaggiare la pastiera.
E’ un matrimonio di amorevole convenienza che sta dando anche buon frutti. Nessun infortunio, sempre titolare, nove reti e sette assist finora, spesso decisivo nei big match e unico punto di riferimento offensivo della manovra. I tempi della LuLa sono lontani, anche per motivi tattici perché è costretto a giocare spalle alla porta per favorire gli inserimenti dei centrocampisti e le conclusioni degli esterni del tridente. Ma non solo. Ora che il mister è virato sul tre cinque due, con Raspadori come partner, paradossalmente si vede meno di prima, tocca meno palloni. I difensori centrali di stazza simile alla sua non riesce più a spostarli, lotta, sgomita, dà profondità ma spesso soccombe. E stasera gli toccherà il trattamento che Acerbi, il gerarca di Vizzòlo Predabissi, gli ha già riservato in passato.
Pagherebbe per deciderla, magari in una delle poche occasioni che gli capiteranno in novanta minuti che per lui si annunciano di sofferenza, con i compagni che restano dietro la linea del centrocampo. Però la sua carriera dimostra che la pressione, le aspettative lo hanno spesso schiacciato. Fisicamente è un gigante con i piedi di ghisa, emotivamente un pulcino nelle partite di non ritorno.
E questo Napoli Inter lo è, non tanto per la classifica, quanto perché chi uscirà sconfitto avrà ripercussioni pesanti sul morale. Gli azzurri vedrebbero moltiplicarsi le incertezze sulla loro competitività immediata, l’entusiasmo si spegnerebbe e il tecnico non mancherebbe di ricordare che gli obiettivi erano altri e che lui più di così non può fare. I nerazzurri si convincerebbero a dirottare, non solo inconsapevolmente, le loro energie psicofisiche sul cammino in Champions League.
E’ una partita difficile da interpretare in cui un favorito non esiste perché entrambe stanno vivendo il momento peggiore della loro annata a livello fisico. Inzaghi e Conte, due tecnici tradizionalmente conservatori, potrebbero anche dover cambiare schema in corso d’opera per le assenze, specialmente sulle fasce, ed entrare in territori inesplorati o poco battuti, specie Simone. E’ probabile che la differenza la farà la capacità di concretizzare le occasioni da rete, specialmente quando le forze caleranno nella ripresa. E l’Inter qualcosa in più da pescare dalla panchina ce l’ha.
Quel che è certo è che Lukaku non saluterà calorosamente i suoi ex compagni. Lautaro, partner in crime di una coppia perfettamente assortita, non lo guarderà neppure negli occhi. Ed è un peccato aver sporcato il ricordo di annate non banali insieme, condite da successi esaltanti e delusioni cocenti.
Il belga ha tradito, banalizzato le emozioni vissute con la maglia dell’Inter. Non diversamente da Ronaldo che scappò da Milano di notte, come un ladro. Campione uno, fuoriclasse l’altro in campo, vissuti nei loro momenti migliori. Fuori professionisti egoisti che non meritano neppure i fischi.


