Il miglior Thuram
Chi tra Marcus e Khephren Thuram ha il talento e il tempo a disposizione per raggiungere il gotha europeo come il padre Liliam?
(post tratto da una puntata del podcast Gol di Mano pubblicata il 4/3/2025 )
Fino a qualche anno fa il cognome Thuram identificava solamente uno dei più grandi difensori degli anni Novanta e Duemila che ha segnato una epoca nella Nazionale francese e in serie A. Quando la A era il più ricco, e quindi migliore, campionato d’Europa, punto di arrivo di fuoriclasse, campioni veri e, a volte, bidoni ma pagati carissimo perché i presidenti italiani, quasi sempre tifosi, potevano vivaddio ancora permettersi di buttare soldi nel calcio.
Lìlian arrivò nell’ambizioso Parma di Tanzi dal Monaco e vinse coppe in Italia e in Europa, solo sfiorando il sogno scudetto, conquistato poi nel suo ciclo juventino in due occasioni, oltre a quello revocato per la vicenda Calciopoli che sancì anche il suo addio all’Italia. Finì la carriera al Barcellona, dove non ebbe grande fortuna e si ritirò per un problema cardiaco. Non alzò mai l’agognata coppa dei campioni, ma si consolò alla grande con un Mondiale ed un Europeo con la selezione francese.
Era un difensore straordinario, per eleganza e forza fisica, assoluto dominatore nella sua area e dotato di una leadership ed una personalità strabordanti. Anche di una cultura, una educazione ed una intelligenza rari per un calciatore dell’epoca e non solo.
Scegliere di affermarsi nello stesso sport in cui il padre è stato un grande interprete non deve essere stato facile per Marcus e Khèphren, i suoi figli ora protagonisti con le maglie di Inter e Juventus in una serie A molto meno competitiva di allora, ma ottimo trampolino di lancio per raggiungere il gotha europeo.
Ma chi ci riuscirà davvero? Chi ha il talento e il tempo a disposizione per farcela?
Doveroso partire da Marcus, non solo perché è arrivato in Italia nell’estate del 2023 ma anche perché ad agosto compirà 28 anni, una età in cui probabilmente è già al limite per sognare più in grande di questa Inter.
Sarebbe sbarcato un anno prima per raccogliere, assieme a Dzeko, la pesante eredità di Lukaku se non si fosse rotto il legamento crociato al Borussia, ma Piero Ausilio non smise di corteggiarlo e quando l’anno successivo si svincolò a parametro zero fu l’unico a offrire gli otto milioni di euro chiesti dal suo agente alla firma e un ingaggio da sei milioni. Soprattutto ne assecondò il desiderio di giocare punta, convinto che il suo potenziale si sarebbe rivelato compiutamente da attaccante centrale nel tre cinque due di Inzaghi. Il nuovo voltafaccia del belga gli spalancò l’occasione di formare fin da subito con Lautaro una coppia molto ben assortita in cui era il francese a girare attorno all’argentino, ormai conclamato leader del reparto.
Marcus Thuràm deve molto all’allenatore piacentino e al suo staff. Gli ha dato completa fiducia e soprattutto ne ha curato la crescita in molti aspetti tattici e tecnici. Ad esempio ne ha migliorato con il tempo la tempistica nell’attaccare l’area ed il primo palo in particolare, senza snaturare la sua incredibile capacità aerobica ma anzi esaltandola.
Non si contano in una partita il numero degli scatti per ricevere palla o per allargarsi del francese, permettendo alla squadra di avere sempre un comodo scarico e costringendo gli avversari a stare bassi o a rischiare l’anticipo creando autostrade per il contrattacco nerazzurro. Nella prima parte di questa stagione la sua percentuale realizzativa si è alzata parecchio, tanto da sopperire alla forma deficitaria del suo compagno di reparto e trasformandolo di fatto in un simbolo, un leader della squadra. Un leader sempre sorridente, anche troppo sorridente come si è visto negli spogliatoi del San Paolo quando ha scherzato con un McTominay concentratissimo prima dell’ingresso in campo. Per importanza l’ho paragonato all’Osimhen di Napoli e non è un caso che i piccoli ma frequenti problemi fisici che ne hanno ridotto drasticamente condizione e gol siano coincisi con il calo di rendimento della squadra.
Cosa gli manca? Essere protagonista in Champions dove a referto ha messo finora una rete in sette presenze, solo quattro però dall’inizio. Considerando che in Nazionale difficilmente potrà togliersi da protagonista molte soddisfazioni in una selezione costruita ad immagine e somiglianza di Mbappè, è nell’Inter fin dal turno contro il Feyenoord che può imprimere l’ultima svolta alla sua carriera e sognare l’approdo nel Parìs o nel Manchester United di turno. Con tutti i dubbi legati ad una età troppo vicina ai trenta e una adattabilità tutta da dimostrare a contesti in cui la sua fisicità può non fare così la differenza.
Il fratello Khephren sta per compiere 24 anni ed è sbarcato a Torino la scorsa estate dal Nizza, club che lo ha imposto all’attenzione di Giuntoli dopo essere cresciuto nel Monaco. Costato una ventina di milioni, il più piccolo dei Thuram è un centrocampista dotato di notevole forza fisica, molto dinamico, grande progressione palla al piede e ottima capacità di inserimento. Se la cava in ogni fondamentale, pur non potendo mai essere un regista, è comunque dotato di buoni piedi , di una dignitosa capacità di passaggio.
Il suo ambientamento è stato frenato da un infortunio muscolare a fine agosto, tanto che solo dalla metà di ottobre ha scalato le gerarchie di un centrocampo bianconero in difficoltà sia nella costruzione che nel fare filtro a protezione della difesa. Thiago Motta pretende che i due mediani sappiano tenere la posizione, siano intelligenti tatticamente e non sbilancino eccessivamente la squadra che normalmente schiera una punta centrale, due esterne e un incursore come Koop.
Khephren è un istintivo, non è sempre concentrato e per questo negli ultimi mesi è partito spesso dalla panchina, nonostante l’opinione pubblica ne chiedesse a gran voce l’impiego al tecnico che, all’ennesima domanda, ha reagito duramente in conferenza stampa prima dell’impegno con il Verona. Il mister ha cambiato spesso la formazione per tentare, con alterne fortune, di distribuire al meglio il dispendio di energie ma soprattutto chiede massima applicazione durante gli allenamenti. E probabilmente Thuram junior non era abituato a questo tipo di impegno. Anche Fagioli o Douglas Luis hanno conosciuto sulla propria pelle la rigidità del tecnico.
Le prestazioni contro Empoli e Verona sembrano proiettarlo verso un promettente finale di stagione, se continuerà a dare garanzie fuori dai 90 minuti degli impegni ufficiali. I margini di miglioramento per trasformarlo in un centrocampista box tu box sono ancora ampi, già nel tiro verso la porta e nei movimenti senza palla si vede una evoluzione ma non bastano se, come detto all’inizio, vuole puntare ad affermarsi nell’Europa che conta e quindi ad un livello superiore della Juve. In Inghilterra come e meglio di lui ce ne sono tanti, con una intensità e una concentrazione superiori.
Ha dalla sua il fattore anagrafico che invece penalizza Marcus, però molto più pronto grazie alla sua esperienza da noi da titolare inamovibile. L’interista ha più talento, lo juventino più tempo davanti per completarsi e tentare il grande salto. Ma nessuno dei due sarà mai come Lìlian.


