Comanda Catanese
Chi è e chi crede di essere l'uomo a cui Oaktree si affida per prendere ogni decisione
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In pochi conoscono la sua foto, nessuno la sua voce perchè da quando è all’Inter non ha mai rilasciato una intervista ad un media sportivo. Ma dietro le quinte, nei processi decisionali di Oaktree, anche quelli sportivi, il suo parere e il suo peso contano tantissimo, anche più di quelli di Marotta. Scopriamo meglio chi è.
(foto Inter.it)
Oaktree lo ha voluto con sè fin da quando ha escusso il pegno sull’Inter dopo che Suning non è riuscita a ripagare il finanziamento che aveva ottenuto nelle modalità previste dall’accordo. Nonostante non facesse già parte della loro struttura aziendale.
Un segnale di grande fiducia nelle sue competenze, conosciute durante precedenti affari di acquisizioni e prestiti concessi dal fondo di investimento a realtà aziendali in crisi. Una scelta chiara e precisa, che fin da subito avrebbe dovuto far drizzare le antenne a chi si occupa professionalmente di raccontare notizie e indiscrezioni sul club.
Sto parlando di Massimiliano Catanese, l’attuale Chief of staff che di fatto è il direttore generale in pectore della società nerazzurra. O almeno così si presenta con le persone con cui ha a che fare in ambito lavorativo. Ha rilevato le mansioni di Alessandro Antonello, il dirigente che ha lasciato l’Inter lo scorso febbraio dopo 10 anni e ora ricopre il ruolo di amministratore delegato nel Marsiglia gestito da Longoria e Benatia, con cui Piero Ausilio da anni fa operazioni di mercato, assai criticate e criticabili, in entrata e uscita.
Antonello, da comunicato ufficiale, ha lasciato Milano per inseguire nuove sfide professionali. In realtà è stata semplicemente una conseguenza delle sempre maggiori responsabilità che il manager catalano Alejandro Cano e l’avvocato britannico Katherine Ralph hanno consegnato a Catanese, innanzitutto sul dossier stadio, a cui Antonello lavorava da anni.
Un modus operandi, quello della progressiva riduzione dell’autonomia decisionale, fissando paletti assai rigidi da rispettare, che la proprietà nerazzurra, attraverso gli stessi personaggi, sta attuando anche nei confronti di Piero Ausilio, costringendolo a prendere in seria considerazione l’idea di accettare la ricchissima offerta araba dell’Al Hilal.
CHI E’ CATANESE
Sfruttiamo in questo senso il profilo tracciato da Calcioefinanza in occasione della sua nomina a membro del Cda a febbraio.
“Laureato in Business Management presso l’Università Bocconi di Milano, nei suoi oltre vent’anni di esperienza Massimiliano Catanese ha ricoperto ruoli dirigenziali in aziende e società di consulenza, con un focus su sviluppo strategico di business, processi di integrazione e acquisizione, gestione finanziaria, negoziazione e project management, sia in Italia che all’estero”.
In particolare, Catanese ha iniziato la sua carriera come Revisore Contabile presso PricewaterhouseCoopers e successivamente come Consulente nei Servizi di Transaction presso KPMG. Durante la sua carriera ha lavorato in Lussemburgo, a Parigi e a Madrid.
Nel 2008 è entrato in Almax, un’azienda familiare produttrice di manichini, diventandone CEO nel 2009 e successivamente vendendo la società a investitori di Private Equity nel 2016. Successivamente, ha collaborato con New Crazy Colors, un’azienda italiana di design e produzione di vetrine per retailer, anch’essa di proprietà di un fondo di Private Equity, con l’obiettivo di espandere l’azienda a livello internazionale.
Dopo pochi mesi, gli è stato offerto un ruolo presso Autodis Group, ora PHE (gruppo francese nel settore automotive di proprietà di Bain Capital), dove ha supervisionato la divisione internazionale di M&A. All’inizio del 2020, Max è tornato in KPMG nell’area Deal Advisory, dove è stato coinvolto in diverse operazioni complesse di M&A in più geografie.
È Alumni della Harvard Business School (PLDA-8), ha conseguito una laurea in Business Administration presso l’Università Bocconi di Milano e un Master CEMS (Community of European Management Schools) in International Management presso HEC Paris”.
Figlio di un piccolo imprenditore, bocconiano, con una lunga esperienza nel settore della consulenza e con un passato in Bain Capital, di cui hanno fatto parte altri dipendenti di Oaktree che siedono nel consiglio di amministrazione del club.
Prima di approdare a Milano, nel giugno 2024, non aveva mai lavorato in ambito sportivo, sebbene nel suo profilo X scriva nella bio di avere una “demonstrated history” nello sport e nel calcio.
COSA FA NELL’INTER
Come abbiamo scritto in precedenza, Oaktree lo ha voluto con sè fin dall’inizio per avere una persona di loro fiducia che andasse a conoscere approfonditamente dall’interno come funziona la macchina nerazzurra.
Gli viene quindi affidato il compito di condurre una valutazione sulle strutture e sui processi del club, collaborando con tutti i dipartimenti aziendali. Il fondo non chiede una relazione ad Antonello, CEO in carica, considerato troppo legato alla vecchia proprietà.
Ad ottobre, facendo chiaramente capire l’area di maggior interesse, dove si gioca concretamente la possibilità di realizzare una plusvalenza maggiore nella futura cessione delle azioni, diventa amministratore delegato per l’Inter nella società compartecipata dalle due milanesi M-I Stadio. Di cosa si occupa?
Fondata nel 2011, la società si occupa dell'organizzazione di eventi sportivi e culturali, della gestione delle attività commerciali e ricreative, e offre servizi di hospitality e visite turistiche allo stadio. E’ di fatto responsabile della gestione di San Siro.
Non dei parcheggi, ossia uno dei filoni giudiziari dell’inchiesta contro gli ultras rossoneri e nerazzurri, ma di tutto il resto del business che gravita dentro e fuori il Meazza.
Tra gennaio e febbraio le ultime, ma non saranno le ultime, tappe della sua scalata.
Viene nominato Chief of Staff, una figura strategica che lavora a stretto contatto con la proprietà e il top management, contribuendo al rafforzamento e allo sviluppo delle attività del club. Poche settimane prima dell’addio di Antonello, che da tempo aveva capito l’andazzo e sognava di far ritorno nella sua Roma, prima di essere sedotto e abbandonato dai Friedkin.
Non si sorprende nessuno quando verrà cooptato nel Consiglio di amministrazione.
(Diego Gigliani, foto The Athletic )
LA PARTE SPORTIVA
Catanese non ha competenze specifiche nel calcio, non lo vive come tifoso, non ama particolarmente l’atmosfera da stadio e non conosce di fatto la parte sportiva. Ha allacciato, come Cano e la Ralph, un ottimo rapporto con Giuseppe Marotta, considerato garanzia indispensabile per la sua esperienza, anche con le istituzioni sportive, per ottenere risultati sul campo e di conseguenza in ambito economico.
Nel Cda però trova Diego Gigliani, nominato consigliere indipendente che, a differenza sua, invece nello sport ci lavora da parecchio.
“Diego Gigliani ha oltre 10 anni di esperienza nella gestione di successo di club calcistici in tutto il mondo. È Presidente e General Manager del club di Major League Soccer St. Louis City FC negli Stati Uniti, ed in precedenza ha lavorato per oltre un decennio presso il City Football Group e il Manchester City. Nel suo ultimo ruolo presso il club Diego era responsabile della gestione dei club europei, dell’America Latina e partner per il Gruppo, un ruolo che comprendeva l’impostazione di una direzione strategica per ottenere sinergie all’interno del sistema di multiproprietà, oltre a risultati sportivi e di business”.
Gigliani ha già avuto a che fare con l’Italia.
Per oltre un anno, dopo l’acquisizione del club rosanero da parte del City Group nel 2022, divenne amministratore delegato del Palermo, affiancando l’allora direttore generale Rinaldo Sagramola nella fase di transizione societaria. Fu uno dei volti presenti durante la conferenza stampa di presentazione del nuovo corso, diventando una figura chiave nel primo assetto organizzativo.
Al di là dei risultati, non troppo positivi, ottenuti in Sicilia e negli States, ha dalla sua l’esperienza nei vari continenti in cui il City Group si è espanso. E ragiona con quelle logiche, molto diverse dalle nostre: nella gestione calcistica e del relativo business, nel metodo di lavoro, nell’uso dello scouting, dei dati e dell’intelligenza artificiale, negli investimenti sui giovani e sul settore giovanile.
Per chi volesse approfondire la sua visione, vi allego il video di una sua lunga intervista dello scorso maggio.
Dietro al nuovo corso nerazzurro, c'è Catanese, con la consulenza di Gigliani. Attraverso i due manager espressione della proprietà, sono state affidate indicazioni precise a Marotta e Ausilio su quali input avrebbero dovuto seguire all’apertura del mercato:
ringiovanire la squadra;
puntare su un tecnico con idee moderne e offensive che possa valorizzare gli investimenti della proprietà;
abbandonare la strada dei trentenni e dei parametri zero;
iniziare un percorso di riduzione del costo squadra;
ridurre sensibilmente le commissioni agli agenti, in entrata ed in uscita;
non pagare per rescindere i contratti;
non superare salvo eccezioni il tetto dei 6m lordi per i nuovi;
non superare salvo eccezioni il costo di 25m per i cartellini, specie degli under23;
utilizzare strumenti di scouting e analisi dei dati negli acquisti.
LA MINORE AUTONOMIA DI MAROTTA E AUSILIO
Negli ultimi anni della proprietà Suning, i due dovevano chiudere in attivo la campagna acquisti per migliorare il conto economico e tutti ben ricordiamo i sacrifici tecnici, da Hakimi in giù, che abbiamo dovuto sopportare.
Per il resto però Steven Zhang lasciava alla dirigenza sportiva ampia autonomia decisionale, anche in merito a operazioni di un certo peso come l’acquisto di Pavard, costato una trentina di milioni al Bayern e un ingaggio da 5m netti, seppur calmierato dal Decreto Crescita.
Se Sucic e Luis Henrique sono frutto di trattative datate nel tempo e Bonny è un affare chiuso già a giugno, non possiamo non notare come nei mesi successivi il mercato nerazzurro abbia subito una impasse. Le stesse trattative per Lookman o Konè erano subordinate ad una cessione importante che non c’è stata così come non è stato dato l’ok per alzare l’offerta per l’attaccante atalantino dopo essersi spinti fino ai 45m, comprensivi di bonus. Oltre una certa soglia, a Beppe e Piero serve sempre l’autorizzazione della proprietà per continuare nella trattativa.
Hanno criticato in molti su X la mia linea tendenzialmente comprensiva verso la dirigenza sportiva. Eppure ritengo che, oltre al poco tempo a disposizione post Mondiale e alle poche offerte congrue ottenute per i nostri, possano essere loro riconosciute molte giustificazioni, dati gli input di cui sopra, per una sessione estiva a prima impressione contraddittoria e lacunosa. Dopo la bomba atomica del 31 maggio e dopo aver fallito l’aggancio a Fabregas, c’era davvero un’altra strada migliore di Chivu e di una stagione oggettivamente considerabile come transizione, confermando il gruppo storico?
Marotta poi non è più considerabile solo il responsabile del progetto sportivo e dei rapporti con FIGC e Lega Calcio. E’ il presidente e soprattutto, da alcune settimane, socio della proprietà. Avere meno autonomia in cambio di un investimento azionario che ragionevolmente gli frutterà una ventina di milioni alla cessione è qualcosa di accettabile da parte sua, considerando anche che si sta avviando verso la fine della sua carriera. Meno da parte nostra che lo vedremo sempre schierato con la linea maggioritaria.
Ausilio ha capito che se le cose andranno male sarà l’unico capro espiatorio e non ci sta a mettere le proprie terga sulla griglia. A meno di ottenere un riconoscimento economico e un compromesso sulle scelte sportive che gli permetta di contare qualcosa, di incidere sui risultati della annata. Non sarà semplice, gli americani non amano farsi condizionare nelle loro scelte aziendali e le settimane di riflessione che Piero si è preso per valutare l’offerta dell’Al Hilal spiegano molto bene lo stato dell’arte.
CONCLUSIONE
La strada intrapresa da Oaktree, di ringiovanimento della rosa e di abbassamento dei costi fissi per liberare spazio per gli investimenti sul mercato, è probabilmente l’unica che un club italiano possa percorrere in questo momento. In assenza di plusvalenze importanti e mantenendo ovviamente una competitività che sia sufficiente a raggiungere i primi 4 posti in serie A e la fase ad eliminazione diretta in Champions.
La strategia per raggiungerla però mi sembra ancora abbastanza fumosa, ha confini e spazi di operatività non bene delineati e non completamente individuati.
Non credo sia possibile cambiare il modus operandi e ottenere risultati senza cambiare gli uomini per attuarlo, ma per farlo serve una visione chiara che ancora non vedo. Al netto della posizione del direttore sportivo ed eventualmente di come e con chi verrà sostituito. Dietro l’angolo potrebbe esserci il Moncada della situazione e non è un qualcosa che mi lascia particolarmente tranquillo.
Spiace dirlo, spero di essere smentito, ma vedo poca competenza, scarsa conoscenza delle dinamiche del nostro calcio.
Ho sempre la sgradevole impressione che queste proprietà americane vogliano venirci ad insegnare come si gestisce e costruisce una squadra, riempiendoci di concetti quali il processo decisionale orizzontale e non gerarchico o che “una stagione positiva non deve essere necessariamente vincente” che sono oggettivamente lontani dal nostro sentire sportivo e non solo.
Più che altro una sessione fatta di soli under 23 e quei paletti troppo rigidi nella scelta di calciatori e del futuro tecnico mi sembrano più adatti al Parma o al Lipsia, ossia di realtà dove lottare per un trofeo non è l’obiettivo principale o comunque prioritario quanto la valorizzazione degli asset.
Il mercato non ha uno sviluppo lineare, bisogna sapersi adattare e cogliere le occasioni, anche fuori parametro tecnico/anagrafico/economico, per il presente prima ancora che per il futuro.
Comanda Massimiliano Catanese, prima di lui comandano i risultati.
Il Milan lo insegna, costretto a cambiare in corsa il progetto per affidare a Tare e Allegri, due professionisti vecchio stampo, il ritorno in Champions.
Puntare sui giovani è giusto ma per vincere servono i grandi talenti, che spesso costano già a 18-20 anni una quarantina di milioni. E serve rischiare, senza poter sbagliare due, tre acquisti come un Manchester United qualsiasi. Se non sei abbastanza bravo nello sceglierli e anticipare la concorrenza, se non riesci al contempo a vendere bene, non puoi seguire pedissequamente quei paletti.
A meno di condannarsi a competere per il quarto posto per molti anni. Spremere il club a quel punto diventerebbe molto più complicato.
3 Segnalazioni
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2 Dichiarazioni
“Con il giusto ingaggio sarei rimasto, non volvo andarmene a zero. Il PSG aveva già fatto un offerta l’anno prima: l’Inter mi disse che se non fosse arrivata un’offerta per un altro giocatore della rosa mi avrebbero venduto. Loro volevano prendere un giocatore con caratteristiche diverse dalle mie. Poi alla fine non sono riusciti ad acquistarlo e la società disse che non mi avrebbe più venduto. Io ho deciso di non rinnovare perché volevo andare a Parigi. Non per la città, ma per l’ambizione della squadra che era quella di vincere la Champions League. Questa era la mia ambizione". Milan Skriniar
“L’Al-Nassr non era la mia prima opzione, perché ho sempre voluto restare in Europa. E anche se in precedenti sessioni di mercato avevo parlato con allenatori e direttori sportivi di altri club, il trasferimento non si era mai concretizzato. Ma quest’estate è arrivata una sola offerta, ed era straordinaria. Non mentirò: se confronto i contratti, dovrei giocare vent’anni all’Atletico per guadagnare quanto mi offriva l’Al-Nassr. David Hancko
1 Foto
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Articolo molto interessante Simone
Post eccezionale, un lavoro di ricerca incredibile, molto piu' interessante degli articoli all'acqua di rose degli stagisti sottopagati della Gazzetta, o delle analisi tattiche sui passaggi progressivi.
Personalmente sono molto preoccupato, non dai PRINCIPI che Oaktree vuole introdurre, che mi sembrano necessari per una buona gestione (le operazioni Taremi e Zielinski sono state atroci), ma per la mancanza di flessibilita' nella gestione che ci preclude la possibilita' di cogliere occasioni come quella di 2 anni fa con Thuram. Questo problema e' dato dalla chiara incompetenza nel settore di questo Catanese. A molti il suo profilo potrebbe sembrare quello di un manager di successo, ma personalmente mi sembra uno che in una grossa azienda sarebbe poco meno che un middle manager, di fatto il chief of staff e' l'assistente del capo, il tuttofare insomma, ma senza un P&L da gestire ne' un reale potere decisionale.